(Riflessioni d'ottobre)
di Nicoletta Nativo
Unico, indissolubile,eterno. Il legame tra l'uomo e la natura è qualcosa che prescinde la nostra volontà, i nostri sensi, la nostra capacità di cogliere completamente l'essenza di questo vincolo atavico e senza tempo. Un lungo interminabile tunnel intriso di emozioni e sentimenti che attraversa secoli di storia e affonda le proprie radici nelle origini della vita stessa, intrecciando il lungo ed irto percorso che ci ha portato fino ai giorni nostri con un passato che riaffiora grazie alle emozioni, ai sentimenti. Lo scalatore che raggiunge la vetta, il cacciatore che punta la preda, il bambino che osserva la pioggia attraverso i vetri, la gioia, l'appagamento, la curiosità, la rabbia : la vita. di Nicoletta Nativo
L'uomo, a differenza di tutte le altre specie viventi, ha però deciso di poter fare a meno delle voci che lo chiamano dall'interno facendo riaffiorare l'antica catena; esso ha pensato di potersi sostituire, imbevuto di se stesso, alle poche semplici regole che immote lo collocavano inequivocabilmente in un luogo preciso, nel tempo e nello spazio. Egli ha deciso di potere sfidare le forze della natura, di modificare ciò che lo circonda, di rendere tutto ciò che tocca simile alla sua arroganza. In un tripudio di presunzione l'uomo si è eletto ad immagine e somiglianza di chi lo aveva creato, sbagliando. Quando infine, il primate che secondo Darwin è divenuto un bipede eretto, e che ha maturato una boria inversamente proporzionale alla ragione, si è “perso” ha sentito il bisogno di “ritrovare se stesso”. E quale modo migliore di ritrovare il piacere delle emozioni 'pure' se non riavvicinandosi alla natura?
In un cerchio che ci vede da un lato ominidi arboricoli e dall'altro semidei ci siamo ricordati di noi stessi e della dignità di essere uomini solo dopo avere perso quest'ultima. Travolti dall'ingordigia continuiamo ogni giorno ad appropiarci indebitamente di una fetta del pianeta che ci ospita. Ne deturpiamo i boschi, ne inquiniamo le acque, ne impestiamo l'aria. Poi quando da soli e accarezzati dalla brezza, in un attimo di improvvisa e propizievole solitudine, chiudiamo gli occhi per un attimo, ci riappropriamo improvvisamente di ere dimenticate e ci deliziamo di strane e piacevoli scariche di endorfine che racchiudono completamente, ma inconsapevolmente, tutto il nostro essere parte integrante della natura che ci circonda. In ere preistoriche gli uomini adoravano strane divinità intarsiate con la selce, raffiguranti una donna dalle forme abbondanti, probabilmente la “Grande Madre” o “Madre Natura”, come sono state ribattezzati questi piccoli capolavori, raffiguravano il rapporto che avevano i nostri progenitori con la natura che li avvolgeva e da cui dipendevano completamente. Come un bambino dipende dalla madre o come un uomo ama e rispetta la sua donna e la madre dei propri figli, chi ci ha preceduto calcando le polverose savane che conducono alle civiltà odierne ci ha lasciato un unico ed inestimabile tesoro: l'amore per la natura.
Come qualsiasi relazione sentimentale l'amore per qualcosa o qualcuno non prescinde dai propri interessi. In una sorta di continuo dare ed avere in cui ogni parte cede e concede solo ciò di cui riesce veramente a fare a meno, i sentimenti che ci legano a madre natura sono direttamente proporzionali ai nostri bisogni.
L'etica secondo la quale dovremmo utilizzare l'enorme potenziale offertoci dal pianeta che ci ospita è una entità dai confini poco precisi, che ci permette di affrontare la nostra coscienza a seconda delle nostra appartenenza ad una razza, ad una religione, ad un credo religioso o politico, ad una determinata posizione geografica o ad un preciso periodo storico. L'unico vero metodo razionale per utilizzare le risorse terrestri dovrebbe essere legato ai nostri effettivi bisogni. Purtroppo, questi ultimi, variano a seconda di una qualsiasi delle variabili di cui sopra lasciando che il nostro libero arbitrio si mascheri di tanti buoni propositi celando a noi stessi una realtà scomoda e poco percorribile. Le popolazioni occidentali vivono senza mai doversi curare di quanto cibo, quanti vestiti, quanta energia siano “effettivamente ” necessari alla loro sopravvivenza anteponendo una etica dettata più dall'unico tenore di vita a cui sono abituati che ad una reale consapevolezza di cosa significhi sostenere delle politiche tali da garantire un giusto e duraturo proseguo della vita sulla terra così come la conosciamo. Quando sentiamo parlare di alternative sostenibili continuiamo a pensare in maniera occidentale senza tenere conto che il nostro minimo indispensabile è lontano anni luce dagli effettivi bisogni primari di centinaia di milioni di persone nel mondo. Con ogni probabilità sarebbe opportuno delimitare in maniera veramente globale i confini di una etica di cui rischiamo di perdere il controllo a tutto vantaggio di un percorso troppo lontano dalle reali aspettative di tutta la popolazione mondiale. Gli scenari che si prospettano ai futuri abitanti del globo che ruota attorno al sole senza mai lamentarsi troppo degli scomodi passeggeri che ne incancreniscono la superficie, sono molteplici e tutti legati all'uso che faremo delle risorse di cui disponiamo. Trovare un metro comune con un'unica misura con la quale confrontarsi in maniera eticamente e dinamicamente sostenibile è l'unico futuro possibile.


