
Tirando la manica della felpa, in modo da interporre una barriera tra le sue impronte digitali ed il pulsante di plastica, Libero suonò il campanello. Il driin , perfettamente consono al quartiere ed al ceto sociale del proprietario del lussuoso appartamento, dopo qualche istante produsse l’effetto desiderato. Il portoncino di noce, e chissà quale altra barriera blindata, si socchiuse lasciando intravvedere il volto grassoccio di una donna bassa di statura, di taglia abbondante e di inequivocabile origine asiatica. Con un sorriso degno della più scalcinata soap opera, sventolando l’involucro di cellophane, l’uomo, fermo sulla porta, esclamò: -“Elenco del telefono”- altro sorriso, degno del primo ed infinitesima parte di tutto un repertorio di smorfie affinate in anni di carriera –“mi da indietro quello vecchio che le lascio questo?”-. Nel frattempo aveva preso a sventolare la raccolta cartacea di tutti i nomi, cognomi e numeri di telefono dell’anno prima, con le cifre dell’anno opportunamente occultate dalla cartolina appiccicata la sera precedente e che ne identificava il possessore nella stessa persona segnata sulla targhetta di ottone posta sopra il campanello. La collaboratrice domestica realizzò che la celerità avrebbe giovato a tutti e due, alzò gli occhi mimando una sorta di concentrazione trascendentale e, appena raggiunto il vecchio elenco del telefono con l’immaginazione, lasciò l’apertura socchiusa e si recò verso la fonte delle sue ricerche. Si udì anche un discreto vociare. La padrona di casa non era uscita quella mattina e, con ogni probabilità chiedeva di cosa si trattasse. Mentre le due donne in casa si scambiavano indicazioni, Libero tirò fuori dalla bocca una mezza chewing-gum alla quale attaccò la stagnola dell’incarto che aveva conservato. Passando le dita sulla parte superiore della porta ne tocco una sporgenza: il contatto elettromagnetico dell’antifurto. Appiccicò la gomma da masticare sul contatto e premette sulla stagnola, usando lo stesso stratagemma della manica della felpa che aveva usato in precedenza. Riuscì a dare anche un’occhiata rapida ma “professionale” all’ingresso della casa non appena la donna di servizio tornò con il “libro dei nomi di telefono”.Porse la finta nuova copia e, con ostentata efficienza, fece apporre una firma alla esotica cameriera su un elenco di finti nomi e finte firme. Quindi, dopo aver salutato con un nuovo sorriso al latte e miele, attese che il portoncino blindato schioccasse sulla serratura e se ne andò.
Quella sera i signori Scucces-Vella provarono più volte ad inserire il sistema d’allarme ma ad ogni tentativo, e senza spiegazioni, le sirene partivano con il loro assordante latrato. A nulla valsero le telefonate alla azienda che si occupava della manutenzione. Il tecnico di turno era impegnato presso il sistema d’allarme di una banca che aveva dato i numeri e quindi nessuno poteva aiutarli. Provarono a telefonare alla domestica ma nessuno rispondeva. I coniugi non potevano assolutamente mancare al concerto di quella sera su questo punto non si transigeva. Decisero di andare, del sistema d’allarme per quella sera avrebbero fatto a meno. Poco prima di uscire il marito riempì una bacinella di metallo piena d’acqua e la lasciò vicino alla porta d’ingresso.
Libero era un uomo sui quaranta, alto poco più, secondo lui, poco meno, secondo tutti quelli che lo conoscevano, di un metro e settanta. Aveva una spiccata tendenza verso la pinguedine ed una eccipiente calvizie che celava rasandosi il cranio; quella sera indossava una cuffia di lana che gli prudeva in maniera insopportabile e dei calzoni ed un giubbotto di tela di due taglie più grandi. Appena vide girare l’angolo alla Mercedes degli Scucces-Vella diede un’occhiata in giro e si incamminò verso il portone del palazzo che aveva presidiato nelle ore precedenti. Con fare noncurante tirò fuori dalla tasca un mazzo di chiavi, ne scelse una e la infilò nella serratura del portone. Agli occhi degli eventuali passanti l’impressione sarebbe stata quella di un uomo alle prese con la serratura di casa sua e nessuno, se qualcuno fosse passato in quel momento,si sarebbe accorto di come la sua mano esperta dava gli aggiustamenti necessari alla traiettoria della chiave mentre ruotava in senso orario dentro la toppa del portone in alluminio e vetro. Appena nell’androne del palazzo l’uomo in nero si diresse con passo deciso verso l’ascensore. Non aveva notato telecamere durante i suoi sopralluoghi precedenti, se mai ce ne fossero state la cuffia abbassata fino alle sopracciglia, la taglia più che abbondante e la testa bassa sarebbero state sufficienti. I pulsanti dell’ascensore si accesero e si spensero, uno dopo l’altro e, quando la porta scorrevole scivolò da un lato il portoncino blindato gli si parò davanti : l’ ultima barriera. Mentre infilava la chiave nel portoncino gli venne da pensare a Gengis Kan e a come, semplicemente aggirandolo, era riuscito a oltrepassare la più grande barriera che l’uomo avesso mai eretto contro i propri simili. Lo schiocco della serratura lo riportò al quarto piano del numero 34 di via Cavour.
continua...
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