
Il commissario Facchetti, seduto su una delle sedie di plastica piazzate accanto al tavolino del bar Primavera, fumava una sigaretta aspirando il fumo dall'involucro di carta e tabacco e soffiandolo fuori come se dal minuscolo cilindro di cellulosa e foglie rinsecchite fosse possibile risucchiare prima e sputare fuori poi tutti gli affanni della vita terrena. Di sicuro dava l'impressione di apprezzare i rivoli e le volute che gli effetti della combustione producevano per suo conto. I capelli radi, la barba incolta, ed un'aria falsamente dimessa, facevano di lui uno tra i tanti avventori occasionali del bar. Libero lo vide subito, appena girato l'angolo, ed ebbe quasi la stessa reazione che ha la maggior parte delle persone quando si presenta ad un appuntamento col proprio dentista. Il tavolo occupato dal commissario era circondato da altri tavolini di plastica uguali al suo e addobbati da fatiscenti fioriere colme di fiori di plastica dall'aria smunta. Gli avventori dell'antico caffè sul viale sembrava quasi volessero evitare di sedersi gli uni troppo vicino agli altri, ed i tavoli accanto al commissario erano quindi tutti vuoti. Libero si avvicinò al poliziotto con aria sorridente, cercando di esorcizzare il gelo che sentiva percorrergli la spina dorsale. Si sedette tirando prima una sedia da un lato e poi accomodandosi su un'altra. Il movimento che apparve, agli angoli della striscia sottile che delimitava la bocca dell'uomo di legge, fece intuire che quel gran figlio di buona donna, se mai fosse possibile, era quasi contento di rivederlo. Il nuovo arrivato ricambiò il sorriso con un cenno della testa.
«Libero, amico mio» - esordì il commissario - «puntuale come un orologio, cosa prendi?» - . Libero alzando una mano a mo' di diniego rispose: - «Niente grazie» - e nel frattempo infilando l'indice tra il collo ed il colletto della camicia allontanava l'uno dall'altro insieme al senso di oppressione che l'appuntamento gli procurava. Il commissario sorrise di nuovo ed alzando un braccio in direzione del cameriere esclamò - «due caffè grazie» - e protendendosi verso il proprio interlocutore, a voce bassa e con aria complice, spiegò: - «due persone che parlano del più e del meno, che si incontrano in un bar e che non vogliono dare nell'occhio consumano qualcosa insieme» - , l'ultima parola fu sillabata in modo da enfatizzarne il significato. Libero si passò una mano sulla testa accarezzandosi il lucido cranio e stupendosi nel trovare anche questa sua parte del corpo umida e appiccicaticcia.
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