
Entrò scivolando dietro la porta e richiudendola senza fare rumore.
Accese la speciale torcia a batterie del tipo usato dai minatori o dagli speleologi e fissò l’elastico sul capo. L’ingresso della casa era di forma quadrangolare con due aperture ai lati che portavano, così come Libero aveva scoperto dagli uffici del catasto, ai due lati dell’abitazione della facoltosa famiglia. Si diresse a sinistra verso lo studio. Attraversò un corridoio tappezzato di quadri di ottimo gusto ma di scarso valore, i passi felpati del ladro rimbombavano alle sue orecchie come colpi di cannone. La porta dello studio era la prima a sinistra, lentamente Libero girò la maniglia con le mani inguainate da sottili guanti di lattice. Come il resto della casa lo studio del padrone di casa era arredato splendidamente, il fascio di luce della torcia ruotò più volte disegnando nell’aria cerchi che, almeno negli intenti, avrebbero dovuto far risaltare le eventuali insidie nascoste nello studio del ricco abitante di via Cavour . La cassaforte era un moderno connubio di elettronica e meccanica complessa, un ibrido che, secondo la personale opinione di colui che l’avrebbe aperta di lì a poco, lasciava lo spazio che trovava nella storia delle scatole murarie blindate. Il buio della stanza acuiva i sensi dello scassinatore che anni di esercizio avevano reso ancora più abile se sotto tensione. L’ultimo, quasi impercettibile scatto del sofisticato meccanismo coincise con una goccia di sudore sgorgata dalla tempia e rotolata giù fino alla guancia, dove l’avambraccio scoperto terse d’istinto quell’unica nota fuori posto di un lavoro eseguito impeccabilmente. Non sapeva cosa ci fosse dentro le cartelle di cuoio che tirò fuori dal vano del moderno forziere, ne la cosa gli importava più di tanto, sarebbe stato pagato bene,molto bene, per quel lavoro e tanto bastava. Le tre cartelle in cuoio finemente lavorato e, dal misterioso contenuto, finirono dentro la sacca di tela, assieme ai pochi attrezzi ed al souvenir in oro e brillanti che condivideva la permanenza all’interno dello scrigno da parete appena profanato. Di lì a poco sarebbe arrivata l’euforia che fa perdere la concentrazione e fa combinare i guai, Libero lo sapeva bene, quindi si sforzo di non accelerare nei movimenti e di prendere tutto il tempo necessario per uscire dalla casa e dileguarsi così come aveva pianificato. Riattraversò lo studio chiudendo la porta alle sue spalle, preoccupandosi, ancora una volta di non fare rumore. Le pareti del corridoio illuminate dal fascio di luce che partiva dal centro della sua fronte sembravano allargarsi al suo passaggio e l’apertura ad arco di fronte a lui sembrò quasi schiudersi quando l’attraversò diretto verso l’ultima porta che lo separava dall’esterno.
Raus era un Rotwailer di cinque anni che quasi per caso aveva fatto innamorare di se uno dei figli del Dottor Scucces Vella. Cresciuto come un cucciolo d’appartamento ne aveva, forse, l’indole ma non la stazza ne tantomeno l’istinto. Fu proprio quest’ultimo che lo fece appollaiare davanti alla porta di casa quando, andando a dissetarsi presso la sua bacinella di metallo, sentì nell’aria un odore che non avrebbe dovuto esserci.
Il fascio di luce che colpì il cane lo spinse ad alzarsi minaccioso verso la fonte di quella luce ed all’intruso che, appena udito il ringhio minaccioso si fermò impietrito davanti all’inaspettato pericolo.
L’animale, a differenza dell’uomo, non ebbe la necessità di trovare tra i propri ricordi qualcosa di analogo, o comunque qualcosa che lo aiutasse a valutare la situazione attuale, l’istinto gli passò tutte le informazioni del caso dalla spinta sulle zampe posteriori alle fauci spalancate in aggressiva attesa della preda che di li a poco avrebbe addentato.
L’istinto è sicuramente qualcosa che, per quanto riguarda la quasi totalità degli esseri umani, è andato pressoché perduto a tutto vantaggio dell’intelletto che è riuscito a sopperire il progressivo dissolversi degli istinti primordiali, dei quali, ad un certo punto l’uomo ha deciso di poter fare a meno. L’agire d’istinto ormai non è altro che una risposta poco razionale ad una situazione inaspettata e di disagio. Ed è così che il ladro colto in flagrante dal molosso fece l’unica cosa che la circostanza poco felice gli permetteva di fare:parò entrambi le mani avanti. Raus, il cane che si era scoperto feroce custode della dimora dei suoi padroni, in un misto di adrenalina e antiche pulsioni canine, addentò, mezzo accecato, ciò che aveva davanti mentre il suo slancio faceva sì che l’intero zaino di tela, farcito di cartelle di documenti rubati di fresco, gli si cacciasse tra le fauci.
L’impeto dello scontro fece rotolare per terra il ladro terrorizzato ed il cane ormai impastoiato e con le cinghie della sacca che gli si erano fissate dietro la testa.
In una sorta di spasmodico tossire ed agitare l’enorme testa, il guardiano a quattro zampe cercava inutilmente di disfarsi di ciò che gli impediva di finire il suo lavoro di sentinella. Libero sentiva ancora corrergli lungo la schiena il gelo che lo aveva impietrito davanti alla belva ma, incredulo di fronte allo spiraglio che il fato stava ritagliando per lui, si alzò e con un balzo degno del suo antagonista a quattro zampe raggiunse la porta. La corsa precipitosa lungo le scale niente ebbe a che fare con tutti gli accorgimenti che avevano inorgoglito lo sfortunato malfattore nella prima parte della serata ed il frastuono che scatenò l’ex cucciolo di casa Scucces mise fine a qualsiasi eventuale ripensamento: il colpo era fallito.
Lungo le vie semibuie e poco trafficate che accompagnarono il mesto ritorno di Libero fu uno strano peso ad una tasca della giubba telata ad attirare l’attenzione del frastornato protagonista della disfatta di via Cavour.
Un bracciale tempestato di pietre preziose che, pur sforzandosi lo sfortunato mariuolo non ricordava di avere trasferito all’interno della tasca, era finito non si sa come nel largo giaccone. Il giorno dopo avrebbe scoperto che si trattava di una splendida imitazione dell’originale gioiello che in quel momento si trovava al braccio della proprietaria. Sempre il giorno dopo Libero avrebbe realizzato, insieme al suo ricettatore, che una splendida imitazione è pur sempre meglio di uno splendido niente: qualcosa doveva pur valere.
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