
Per un paio di secoli le attività estrattive legate alle miniere di asfalto hanno impresso nella cultura e nelle tradizioni di queste contrade solchi profondi, indelebili. In principio, se di principio si può parlare visto che l'asfalto esiste e viene estratto fin dalla preistoria in questi luoghi, furono alcune famiglie inglesi a beneficiare degli introiti legati alle miniere di asfalto. Poi fu la volta di aziende con una più o meno importante partecipazione statale, ne cito alcune: Calce e cementi di Segni ( alias Banco di Roma, alias stato italiano); A.B.C.D in due diverse edizioni ed epoche storiche diverse, nonché lavorazioni affini (la seconda volta fa capolino il cemento); poi è stata la volta dell' Eni, attirata dagli idrocarburi ; la Regione Siciliana, così tanto per ribadire il concetto di affiliazione e clientele varie; la Colacem di Gubbio, infine. L'asfalto quindi, anche se non viene più estratto, ha dato di che vivere alle popolazioni iblee per tutto questo tempo. Di che vivere, appunto.
Infatti ad una analisi attenta l'unico parametro che viene fuori è che dalle miniere di asfalto prima, agli altoforni del cemento ed alla polimerizzazione della plastica poi, nel corso di quasi duecento anni, gli abitanti di queste ridenti colline hanno legato il proprio sostentamento. Ma, mentre per riuscire a valutare la ricchezza che il territorio ha offerto agli autoctoni bisognerebbe andare a scavare tra i meandri della piccola economia (mutui, prestiti, piccole costruzioni, vite fatte di sacrifici e stenti), per valutare ciò che è stato portato via da facoltose famiglie, ricche aziende, multinazionali, banche, stato, regione e apparati vari (leggi politica), basta immaginare fatturati annui milionari (miliardari per chi pensa ancora il lire) ed elevarli ad una potenza a piacere da uno a cento. Tutto questo senza che, di fatto, la collettività ragusana abbia avuto benefici non strettamente legati alle altrui esigenze (ex fondi In.Si.Cem do you remember?). Non c'è l'autostrada, non c'è l'aereoporto, non c'è nulla di cui una provincia dinamica e propositiva possa sentirsi degna e gratificata.
Purtroppo non esistono soluzioni che garantiscano ad un territorio il re-investimento in loco della ricchezza che produce.
Esiste, mi auguro, una necessaria presa di coscienza ed una imprescindibile consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si ha in funzione del territorio a cui si appartiene.
Esiste, aimè, la possibilità che la parola "crisi" dia la possibilità a chi ha già preso abbastanza di chiudere i battenti ed affidare ad altri (nella migliore delle ipotesi) il compito di sfruttare le colline di cui sopra come meglio crede.
Esiste, mi chiedo, un orgoglio ibleo?
Esiste la possibilità che la opinione pubblica sia correttamente informata su ciò che avviene, è avvenuto e avverrà sulle alture alla periferia del capoluogo ibleo, prima che la storia si ripeta, e che ancora una volta il numero, sempre più esiguo, di dipendenti degli stabilimenti ed ex miniere subisca l' umiliazione dei cosiddetti "ammortizzatori sociali" con lo stesso stoicismo con cui i loro padri affrontavano le fatiche e gli stenti sotto le viscere della terra?
Nessun commento:
Posta un commento