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martedì 3 febbraio 2009

Libero: Collaborazioni (4)

...Improvvisamente la sedia di Libero divenne scomoda, e la camicia impastata di sudore troppo pesante per una giornata che si stava rivelando afosa.

«Allora ?» incalzò il commissario.

«Lei potrebbe vedere delle cose che le potrebbero fare pensare che io sono... che io faccio... » Libero iniziò a farfugliare incerto.

«Niente di quello che pensi. Tu sai chi sono, io so chi sei, ma tutto quello che faremo insieme nei prossimi giorni dovrà rimanere sigillato nei nostri ricordi. Dimmi solo cosa ti serve. » Facchetti prese l'indice della mano sinistra tra due dita dell'altra mano «quando lo facciamo» stavolta si tirò il medio «e dove vuoi che ti porti l'assegno dopo il lavoro» concluse tirando l'anulare.

«Se le cose stanno così» Libero si grattò il capo come se una folta matassa di capelli gli fosse spuntata improvvisamente.

«Potrei anche decidere di accettare... però... »

Facchetti fece partire una risata degna del ciclope Polifémo «Va bene Libero, affare fatto» allungò la destra.

Libero prese la mano del poliziotto come se stesse suggellando la propria condanna a morte.

«Questo è il mio numero, cercami per qualsiasi cosa ti serva. Ti basta una settimana di tempo ?»

«Mi basta» Libero guardò il biglietto da visita.

«Tre tre tre cinque due uno sei uno otto sette. Non ho bisogno del biglietto e di nessun’altra prova che possa fottere me o chi lavora con me.»

Strizzò l'occhio al nuovo poco probabile complice, si alzò e si tuffò in mezzo ai passanti del marciapiede opposto: in un modo o nell'altro si ricominciava a lavorare.



La villetta era situata alla periferia della città, con un'eccellente vista sul mare e le quattro strade che ne delimitavano gli altrettanti lati erano ben curate e illuminate. La cura del verde, almeno quello visibile oltre le mura di cinta, rasentava la perfezione.

Libero percorse a piedi il tratto di strada che lo separava da una stradina secondaria nascosta alla vista della villa da un fitto filare di acacie. L’auto era parcheggiata all’ombra e l’uomo seduto dal lato del guidatore fumava riempiendo l’abitacolo di voluttuosi riccioli di fumo. Libero passò oltre lasciando che il suo sguardo ruotasse in tutte le direzioni. Poi tornò sui suoi passi e aperto lo sportello della vettura si accomodò accanto al commissario.

«Chi le ha dato le informazioni sull’antifurto della casa ?» non attese la risposta «abbiamo una bella gatta da pelare, commissario. Oltre a tutto quello che lei mi ha elencato, questa costruzione si avvale di un antifurto di cui avevo solo sentito parlare, penso si tratti di un sistema che risale agli anni sessanta. »

Il poliziotto girò la chiave del quadro, ingranò la marcia e partì immettendosi nella stessa strada che li aveva portati alla villa, allontanandosi in direzione del mare.

«Libero i dettagli tecnici tienili pure per te: io voglio solo sapere quando entriamo .»

Lo scassinatore appoggio le due mani sul cruscotto. «Quella casa è piena di trappole. Trappole elettriche, elettroniche ed elettromeccaniche» assunse un’aria pensierosa, poi come illuminato da un lampo di genio, esclamò: «domani sera.»

«Commissario lei sa cos’è un collegamento in serie? No ?» rispose da solo «immagini un anello» disse simulando un cerchio con il pollice e l’indice «e immagini che quest’anello sia collegato a una sirena che suona quando l’anello si apre» separò le due dita allargandole «tutti gli antifurto elettronici funzionano secondo questo sistema, quindi se noi» aggiunse un altro cerchio immaginario al primo «apriamo una falla, facendo in modo che il sistema non se ne accorga ….» pausa a effetto «siamo dentro».

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