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domenica 6 aprile 2008

La corsa (parte terza)


Allaccio le Adidas, gli occhi non si sono ancora abituati alla luce, il sapore del dentifricio in bocca mi dice che sono già vestito e lavato, mi dirigo verso il portoncino d'ingresso. La ragione fatica a capire il perché di questa levataccia: inizio a correre piano. Lentamente, il rumore delle suole di gomma sull'asfalto ed il freddo pungente mi conducono verso uno stato di veglia quasi normale. Centotrenta battiti al minuto, questa è la prima occhiata al cardiofrequenzimetro che porto al polso. Forse nessuno o forse, chi come me conosce il valore della fatica, capisce cosa sia quella scintilla che mi spinge ad ignorare il richiamo di un materasso caldo e accogliente, o le occhiate del grasso fornaio che, con uno sguardo, mi chiede chi me lo fa fare. Le cose al mattino presto hanno un aspetto diverso, è bello correre e respirare le tue sensazioni. Sei solo, se lo vuoi, o sei parte di un microcosmo costruito attorno ai tuoi sentimenti:corri.

Aumentano i battiti per minuto, aumenta la temperatura e la velocità, oggi corro verso la provinciale che porta al mare. Non lo faccio ogni volta, ma oggi ho portato con me il lettore mp3, mi terranno compagnia i Led Zeppelin. Ogni volta che decido di impreziosire le gocce di sudore che mi colano dalle tempie, lo faccio con la musica. Oggi Saranno Robert Plant e Jim Page a tenermi compagnia. Dopo i primi dieci chilometri decido di svitare il tappo della borraccia. Bevo un lungo sorso e assalto la provinciale che si spiega davanti a me snocciolando le sue salite più cattive proprio nello stesso tratto che percorrerò oggi. Stairway to heaven,autostrada per il paradiso. Le note pizzicano i sentimenti così come fa uno dei più grandi chitarristi di tutti i tempi con le sue corde, i miei passi non hanno la cadenza della canzone, ma ne colgono l'essenza, quella che va oltre il tempo metronomico, quella che ti scalda il cuore.

Incontro altri runners, altri universi paralleli al mio. Uno sguardo, un saluto appena accennato con la mano,la stanchezza fa di noi un muto esercito solidale che si muove da ogni parte, inesorabile alla conquista di mille obiettivi diversi ma con un unico fine fatto di passi, tanti lunghi passi fatti di corsa, di sudore, di fatica, di mattinate gelide e di serate afose. Un esercito che muta, si trasforma a seconda delle latitudini e delle stagioni ma che percorre un’unica lunga autostrada dove l’unica cosa che conta sono le proprie emozioni.

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