
Ricordi. Ricordi di strade polverose,quartieri assolati, poche auto per strada ed eserciti di ragazzini che inseguivano un pallone. Ricordi di pomeriggi passati dietro le imposte di plastica ad aspettare che l’altoparlante della vecchia Simca, adibita a frigorifero ambulante, gracchiasse svoltando l’angolo e appagasse il nostro desiderio di dolce e di fresco. La mattina presto la mamma ci mandava a comprare il pane e tutto quanto le serviva per la sussistenza della famiglia solo ed unicamente per quel giorno . La spesa si faceva presso le botteghe di generi alimentari, ogni quartiere ne conteneva tante quante bastavano affinchè nessuna di esse potesse mai veramente prosperare. Tante piccole botteghe , spesso le une accanto alle altre, in un improbabile miscuglio di sapori, di odori, di quel sommesso vociare così caro ai venditori ed ai mercanti di ogni luogo ed era. Il tempo sembrava non volesse mai cambiare il suo corso.
Le cassette di frutta e verdura esposte davanti alla minuscola porta a vetri a due ante, spesso spalancate, le minuscole insegne al neon mai accese, alcuni ragazzi dall’aria sveglia che, in cambio di cinquanta lire di mancia, accompagnavano le anziane signore lungo il dedalo di vicoli e viuzze che costellavano il centro cittadino portando le loro pesanti sporte traboccanti di ciuffi di sedano e farciti di mortadella e salami affettati ed avvolti in nell’immancabile “carta oliata” : ricordi.
La motoape stracarica di frutti ed ortaggi che, come se i pistoni volessero schizzare fuori da un momento all’altro, si abbarbicava lungo le stradine in salita costruite su due lingue d’asfalto e due strisce di roccia calcarea levigata, era la vittima sacrificale di branchi di ragazzini che puntualmente si appendevano sulla sponda posteriore.
Nel tardo pomeriggio le comari sedevano sulle loro sediole, di legno e cordino dalle gambe segate. Era l’ora del Rosario. Allora le partite di pallone nei vicoli si facevano più aspre, due contro due, tre contro tre o qualsiasi altra combinazione numerica che mettesse di fronte due gruppi di acerrimi nemici. La palla era quasi sempre di quelle leggere di plastica, i volti seri, rigati di sudore e di sudiciume accuratamente spalmato sulle guance ed accumulato durante tutte le scorribande pomeridiane. Ne le secchiate d’acqua ne gli improperi lanciati dalle comari riuscivano a distrarre gli impavidi dalla lotta. Veniva sera. La mamma ci chiamava dall’uscio di casa urlando il nostro nome allungando la penultima vocale il più possibile, quasi che questa astuzia le risparmiasse un secondo richiamo. Ricordi.
Erano gli anni settanta, le magliette con la faccia di Sandokan, le scarpe mecap che duravano unna settimana, ed i papà che tornavano dal lavoro e si mettevano subito in canottiera. Il lunedì sera c’era il film di Gionn Uein ed il mercoledì il quiz di Maik Buongiorno. La notte quando faceva troppo caldo qualcuno stendeva delle lenzuola bagnate sulle finestre delle camere da letto per rinfrescare l’aria. Poi tutti hanno iniziato a correre, dapprima piano poi, sempre più velocemente in un’affannosa rincorsa dedita all’ostentazione. Supermercati, distributori automatici, la strada che portava al mare sempre più grande, veloce e portatrice di lutti. E ancora di corsa sempre di più: hai bisogno di soldi, soldi, soldi.
Non ci siamo accorti del prima e del dopo. La frenesia morbosa che ci ha fatto dimenticare quelle giornate è arrivata e ci ha preso con lentezza inesorabile ed ha fatto sì che nessuno di noi si accorgesse di quello che stava perdendo. Un’unica unità di tempo è trascorsa senza darci la possibilità di delimitare in maniera precisa il passaggio dalla spensieratezza della fanciullezza alla smania di un’età adulta vissuta in un epoca che inverosimilmente dista solo una generazione da quella che è stata la prima stagione della nostra vita.
Ricordi
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